#ANDARELONTANO: la campagna di Fondazione Telethon per il primo giorno di scuola (anche di bambini “speciali”)

Il primo giorno di scuola, si sa, rappresenta una tappa fondamentale nella vita di bambini e genitori: l’inizio di un nuovo percorso, con tutte le ansie e le incognite che ogni novità porta con sé, ma anche il segno che il “cucciolo” sta crescendo ed è pronto a spiccare il primo volo lontano dal nido.

Lo stesso bagaglio di emozioni accompagna anche la “prima volta” dei bambini disabili (secondo i dati diffusi dal MIUR, nell’anno scolastico 2015/2016 sono più di 217.000 gli studenti disabili presenti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado), con in più le ovvie preoccupazioni dei genitori: si troveranno bene? Come saranno accolti da insegnanti e compagni di classe? Avranno un insegnante di sostegno (o, almeno, ne avranno uno)? Saranno al sicuro? E se dovessero stare male, cadere o altro?

A questo specialissimo “primo giorno” è dedicata la campagna di Fondazione Telethon che, dall’inizio di settembre, inonda i profili social di foto che testimoniano la voglia di #ANDARELONTANO che, al di là della malattia, accomuna questi bambini a tutti gli altri.

Tra Facebook e YouTube, il video della campagna ha raccolto, ad oggi, circa 2 milioni di visualizzazioni, raggiungendo più di 3 milioni di persone, che in molti casi hanno raccolto l’invito ad inviare a Telethon le foto e le storie di bambini che vogliono #ANDARELONTANO.

L’obiettivo che la Fondazione si prefigge con questa campagna, naturalmente, è sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere donazioni a sostegno dell’attività di ricerca sulle malattie genetiche rare che porta avanti dal 1990. Ad oggi, sono state individuate diverse migliaia di malattie genetiche, per il 70% pediatriche. Per la maggior parte di esse, non esiste ancora una terapia risolutiva e, trattandosi di patologie rare, non ricevono una quantità di finanziamenti pubblici e privati in grado di sostenere un’attività di ricerca attenta e rigorosa. Telethon è nata, appunto, per far sì che nessuno sia escluso dalla concreta speranza di una cura.

In questi anni, Telethon ha investito 423 milioni di euro in attività di ricerca sulle malattie genetiche e, per 23 patologie, è stato intrapreso il percorso dal laboratorio alla cura. Il cammino è ancora lungo, ma tutti insieme possiamo aiutare questi bambini ad #ANDARELONTANO!

“Lesbica non è un insulto”: il progetto fotografico contro gli stereotipi sull’omosessualità femminile

Lettere nere che marchiano la pelle, corpi usati come tele, luce forte e diretta: sono queste le tre componenti principali di “Lesbica non è un insulto”, il primo progetto fotografico della torinese Martina Marongiu, classe 1987.

[cml_media_alt id='112']non tutte hanno capelli corti[/cml_media_alt]Scatti semplici ed essenziali ma densi di significato, che si trasformano in un mezzo di comunicazione di forte impatto visivo, a cui non si può rimanere indifferenti. Ed è proprio questo lo scopo, provocare reazioni, risvegliare le coscienze dal torpore, dallo sdegno o dall’indifferenza verso il mondo dell’omosessualità femminile, per dare visibilità e voce ad una realtà ancora piena di pregiudizi e luoghi comuni. Ad esempio, chi l’ha detto che tutte le lesbiche odiano gli uomini? O che siano mascoline e con i capelli corti? Tanti falsi miti che solo facendo luce sul mondo dell’omosessualità femminile in maniera più consapevole e libera dal disagio, possono finalmente essere sfatati.

[cml_media_alt id='113']non cercare chi fa uomo[/cml_media_alt]A partire proprio dal termine “lesbica” che, anche se è l’unico termine italiano per definire una donna omosessuale, spesso viene percepito come qualcosa di sgradevole, controverso, imbarazzante, quasi un insulto e, per questo motivo, poco usato, anche dalle lesbiche stesse.

Ma non negli scatti della Marongiu: la parola “lesbica” compare in quasi tutte le foto, insieme a messaggi brevi e diretti, spesso provocatori, volti a confutare tutti i pregiudizi più comuni sulla quotidianità delle donne che amano altre donne. L’obiettivo è quello di conferire finalmente dignità alla parola “lesbica”, affinché entri di diritto nel linguaggio comune e venga usata senza vergogna né imbarazzo.

[cml_media_alt id='114']non ostento[/cml_media_alt]

Il progetto “Lesbica non è un insulto” è nato nel 2013 dalla collaborazione tra la Marongiu e altre quattro ragazze torinesi – Fabiana Lassandro, Dunja Lavecchia, Morena Terranova e Letizia Salerno – amiche di vecchia data della fotografa, che hanno prestato i loro corpi per la realizzazione del progetto, in continua fase di aggiornamento e
lavorazione.

[cml_media_alt id='115']orgasmo[/cml_media_alt]

La scelta dei corpi nudi come veicoli di significato è dovuta all’importanza che il corpo ricopre nel processo di scoperta della propria omosessualità, il che lo rende quindi mezzo di comunicazione privilegiato.

[cml_media_alt id='116']il gusto non si attacca[/cml_media_alt]“Lesbica non è un insulto” si è inoltre evoluto in un ulteriore progetto fotografico, chiamato simbolicamente “Amen”, che affronta la discriminazione in ambito religioso, in cui l’omosessualità femminile viene sistematicamente ignorata e censurata. Una doppia discriminazione quindi, in quanto donne e in quanto lesbiche.

[cml_media_alt id='117']mio fratello[/cml_media_alt]

Da qui la scelta di denominare il progetto “Amen”, per riappropriarsi di un termine altamente evocativo e molto utilizzato nei testi sacri e nelle funzioni religiose e farlo diventare un simbolo per comunicare con forza l’esistenza dell’omosessualità femminile, nonostante l’ostinazione a ignorarla: le lesbiche esistono, vivono, amano e non c’è nessun peccato o vergogna nell’amore che provano.

[cml_media_alt id='118']Amen[/cml_media_alt]

Vi piace il progetto? Secondo voi può essere utile ai fini della sensibilizzazione?

Intanto, per saperne di più: http://lesbica-non-e-un-insulto.tumblr.com/

Down e modella, la storia di Madeline Stuart

Il prossimo 13 settembre sarà una data da ricordare per la 18enne modella australiana Madeline Stuart: per la prima volta, infatti, avrà l’opportunità di sfilare alla prestigiosa Fashion Week di New York. Sicuramente un sogno per tutte le ragazze che vogliono lavorare nel mondo della moda, ma ancora di più per Madeline, nata con la sindrome di Down.

Una storia a lieto fine la sua, che veicola un messaggio importante: i canoni e la percezione della bellezza stanno cambiando e anche il rigido mondo della moda si sta pian piano aprendo alla diversità, ad una concezione del “bello” più libera dagli stereotipi.

Il desiderio di Madeline è infatti sempre stato quello di combattere le discriminazioni e di cambiare il modo in cui la società vede le persone come lei, perché anche chi è affetto dalla sindrome di Down può essere bello. Ma anche se non lo fosse va bene lo stesso, non serve girare la testa dall’altra parte, perché ognuno di noi ha il diritto di essere accettato per quello che è.

[cml_media_alt id='78']Madeline Stuart[/cml_media_alt]

Madeline Stuart

Una consapevolezza acquisita attraverso un percorso di certo non facile per Madeline e per la sua famiglia, ma le difficoltà non hanno mai dissuaso la ragazza dal perseguire il suo obiettivo. E alla fine ce l’ha fatta, domenica finalmente salirà in passerella e sfilerà per il marchio FTL Moda.

Una conquista importante, che Madeline ha ottenuto con determinazione e tanti sacrifici: una dieta che le ha fatto perdere ben 20 kg e un duro allenamento giornaliero, fatto di ginnastica, nuoto e danza hip hop. Instancabile, Madeline è anche cheerleader nelle partite di cricket alle Olimpiadi speciali.

Una costanza che ha dato i suoi frutti, anche grazie all’impegno e alla dedizione di mamma Rosanna, da oltre un anno manager di Madeline. Non trovando nessuna agenzia di moda o un manager disposto a rappresentare la figlia, Rosanna ha deciso di prendere in mano la situazione e di seguire personalmente la carriera di Madeline e, nonostante la mancanza di esperienza, i risultati sono stati notevoli: book e servizi fotografici, un sito internet dedicato (www.madelinestuartmodel.com), massiccia presenza su social network come Instagram e Facebook, con migliaia di fan che la seguono, contratto da testimonial per il marchio di borse ecologiche EverMaya, che a Madeline ha dedicato anche un modello dell’ultima collezione.

[cml_media_alt id='79']Madeline Stuart[/cml_media_alt]

Madeline Stuart

Insomma, una grande visibilità sui media nazionali e d’oltre oceano e, va da sé, la storia della ragazza che vuole cambiare il volto della bellezza fa il giro del mondo.

In realtà Madeline non sarà la sola modella con disabilità a sfilare alla prestigiosa Fashion Week, con lei ci sarà infatti anche Rebekah Marine, splendida modella 28enne nata con una malformazione al braccio destro. Rebekah salirà in passerella con una protesi bionica e tanta voglia di spronare, con il proprio esempio, tutte le persone con disabilità ad accettare le proprie insicurezze e le piccole imperfezioni della vita e, perché no, magari a trasformarle in punti di forza.

[cml_media_alt id='80']Rebekah Marine[/cml_media_alt]

Rebekah Marine

Madeline Stuart e Rebekah Marine, ma anche Winnie Harlow, top model affetta da vitiligine e testimonial di un brand di fama mondiale come Desigual, sono tutti segnali inequivocabili di quanto la diversità stia davvero diventando la vera bellezza, perché fondata sull’unicità di ognuno di noi.

[cml_media_alt id='82']Winnie Harlow[/cml_media_alt]

Winnie Harlow

E voi cosa ne pensate?

Io sto con la sposa, storia di chi fugge e di chi ha scelto da che parte stare

Film-documentario del 2014, Io sto con la sposa racconta il viaggio attraverso tutta Europa di un finto corteo nuziale; cinque rifugiati e alcuni amici italiani si mettono in marcia, telecamere alla mano, con obiettivo Stoccolma. Con un’unica speranza: quale poliziotto di frontiera chiederebbe i documenti ad una sposa?

[cml_media_alt id='93']50799[/cml_media_alt]Questa domanda è anche il pensiero che sta all’inizio del progetto ideato da Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry e Tareq Al Jabr. I tre, dopo aver conosciuto Abdallah Sallam (profugo siriano diretto in Svezia), cominciano a chiedersi cosa sia possibile fare per queste persone. Nasce quindi l’idea di un documentario, per raccontare e denunciare le difficoltà dei rifugiati che arrivano in Italia con il solo obiettivo di arrivare in Nord Europa.

Il corteo si va lentamente formando e vengono coinvolti Ahmad Abed, Mona Al Ghabra, Alaa Al-Din Bjermi e il figlio Mc Manar. A completare il cast, la sposa Tasnim Fared e gli “invitati”, un gruppo di amici fidati. Partenza da Milano il 14 novembre e arrivo a Stoccolma il 18, passando per il Passo della morte a Ventimiglia, Marsiglia, Bochum, Copenaghen e infine Stoccolma.

Durante il viaggio, i cinque migranti raccontano e si raccontano: le loro storie sono il vero filo rosso di questo documentario, più che il racconto del viaggio verso la Svezia. Così Abdallah, a Ventimiglia, racconta di come ha perso i suoi colleghi all’università; o di come, durante la traversata, sia stato uno dei pochi sopravvissuti al naufragio del suo barcone, rischiando inoltre di es
sere scambiato per un morto annegato. Nel passo della morte, Abdallah lascia il nome delle persone a lui care e che non ce l’hanno fatta, affidandoli a dei versi. A Marsiglia, invece, Manar da sfoggio delle sue abilità da rapper, mostrando una maturità di pensiero certamente non normale alla sua età: canta le sofferenze della Siria e del suo popolo.

Nelle infinite ore in autostrada, ci viene spiegato che gli italiani presenti nel corteo rischiano una condanna per traffico di esseri umani e che i rifugiati tentano di evitare la registrazione da parte del governo italiano. Infatti, qualora venissero registrati e si prendessero anche le impronte digitali, qualsiasi stato europeo dovrebbe “rimpatriarli” in Italia (di norma, il paese che accoglie i rifugiati deve anche registrarli e prendere loro le impronte di[cml_media_alt id='92']I_ce30d058ac[/cml_media_alt]gitali. Una volta registrati, i rifugiati devono ricevere accoglienza e fare la richiesta di asilo nel paese in cui vengono registrati).

Un film che non è mai scontato, soprattutto in un periodo in cui nell’Unione Europea si costruiscono muri, invece di accogliere; ci viene ricordata la sofferenza di chi decide di partire, pur non sapendo se riuscirà mai ad arrivare. Nei racconti dei cinque migranti (o nelle canzoni) ascoltiamo l’orgoglio, la disperazione, la speranza, la gratitudine: tutti sentimenti che spesso non notiamo, guardando i servizi dei tg. In lingua originale con i sottotitoli, per mantenere intatto il sapore di chi ama la propria terra ed è costretto a lasciarla contro la propria volontà.

Consigliato a: tutti quelli che vogliono avvicinarsi un po’ di più a tutte quelle persone che incontriamo ogni giorno in foto, video o per strada; a chi ha paura “dell’altro”; a chi vuole capire un po’ di più.

N.B.: pur grati per l’aiuto che hanno ricevuto in Italia, i protagonisti sottolineano come l’Italia sia solo una parte del loro viaggio; la vera meta è infatti il nord Europa, possibilmente la Svezia. Qui, infatti, i richiedenti asilo entrano in un programma in cui viene insegnata loro la lingua, vengono svolti dei corsi di economia o diritto, in modo che i migranti siano poi in grado di dare il loro contributo all’economia svedese. Così facendo, inoltre, si aumenta l’integrazione e si diminuisce il rischio di tendenza alla criminalità, se le persone hanno un lavoro e sono integrati nella società in cui vivono.

“La Grande Madre”: al Palazzo Reale di Milano in mostra il potere femminile, a partire dalla maternità

Come si è evoluto il racconto della figura femminile nell’arte e nella cultura in generale del Novecento? La risposta nell’imponente mostra “La Grande Madre”, che la suggestiva cornice del piano nobile del Palazzo Reale di Milano ospiterà fino al 15 novembre. La mostra, curata da Massimiliano Gioni, è promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi e da Palazzo Reale ed è tra le iniziative di punta di Expoincittà 2015.

[cml_media_alt id='28']“Self portrait as my mother Jean Gregory”[/cml_media_alt]

La locandina della mostra, Gillian Wearing, “Self portrait as my mother Jean Gregory”

Un allestimento imponente, con più di 400 opere tra quadri, sculture, filmati e documenti di 139 tra gli artisti più autorevoli del secolo scorso esposti in 29 sale, nelle quali, seguendo il fil rouge della maternità, si passa in rassegna più di un secolo di arte e cultura, ma anche di scontri e lotte tra emancipazione e tradizione, raccontando le trasformazioni della sessualità, dei generi e della percezione del corpo e dei suoi desideri.

Il viaggio inizia con una presentazione dell’archivio di Olga Fröbe-Kapteyn, che dagli anni Trenta ha raccolto per tutta la vita migliaia di immagini di idoli femminili, madri, matrone, veneri e divinità preistoriche. Si passa, quindi, alle immagini allucinate di maternità e sessualità prodotte a fine Ottocento da Munch, Kubin Käsebier. A queste seguono le grandi avanguardie di inizio secolo, Futurismo, Dadaismo e Surrealismo, movimenti tra le cui file vi furono anche molte donne, che si trovarono spesso a dover contrastare l’immagine di donna-oggetto che essi tramandavano (emblematica in tal senso l’affermazione del padre del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, che, nel “Manifesto del Futurismo”, scrive: “Noi vogliamo glorificare […] le belle ide per cui si muore e il disprezzo della donna”). Tra le altre: la futurista Marisa Mori, della quale nella mostra è possibile ammirare la splendida “L’ebbrezza fisica della maternità”; le dadaiste Sophie Taeuber-Arp, con le sue bambole meccaniche, e Suzanne Duchamp, della quale spicca l’autoritratto “Give me the right to life”, che sembra esprimere il desiderio dell’artista di scegliere autonomamente se avere figli o meno, nel bel mezzo della campagna natalista in atto nella Francia post-bellica; la surrealista Frida Kahlo con “The Wounded Deer” (La Cerva Ferita), espressione della sofferenza morale e fisica dell’artista. Non mancano, naturalmente, anche gli uomini. Per citarne alcuni: Boccioni, Dalì, Duchamp, Breton, fino a Max Ernst con cinquanta collage originali de “La donna 100 teste”. Ma l’epicentro ideale della mostra sono le opere di Louise Bourgeois, nelle quali anatomia e simbologia mettono potentemente in luce il contrasto tra maschile e femminile.

[cml_media_alt id='29']Marisa Mori,

Marisa Mori, “L’esaltazione fisica della maternità”

Il percorso prosegue con una toccante rassegna di immagini della maternità di fronte alle tragedie della guerra e della storia: ed ecco le immagini da “La ciociara”di Vittorio De Sica e “Mamma Roma” di Pierpaolo Pasolini, accanto a quelle delle Madri di Plaza de Mayo.

Nelle opere degli anni ’60 e ’70, da Ketty La Rocca a Barbara Kruger, passando per Yoko Ono, viene fortemente rivendicata la centralità del corpo femminile, denunciando anche le tensioni e i giochi di potere che hanno luogo tra le mura domestiche. Il femminismo italiano viene raccontato in maniera forte ed efficace dal documentario “Vogliamo anche le rose” della milanese Alina Marazzi Hoepli.

[cml_media_alt id='30']Pipilotti Rist,

Pipilotti Rist, “Mother, Son and the Holy Milanese Garden”

Man mano che ci avviciniamo alla fine del secolo, il racconto si fa più semplice e diretto (per esempio, nel suggestivo video di Pipilotti Rist, “Mother, Son and the Holy Milanese Garden” (Madre, Figlio e il Santo Giardino Milanese), che ha come protagonista una donna che, nuda, allatta il proprio bambino. Non mancano anche espressioni più aggressive, come le opere di Jeff Koons e Maurizio Cattelan.

Insomma, “La Grande Madre” è un viaggio suggestivo tra arte, storia, filosofia, da cui emerge un’immagine della madre come proiezione di desideri, ansie e aspirazioni, che riguardano sia gli uomini che le donne, sia l’individuo che la collettività.

Per saperne di più e partecipare alle iniziative speciali collegate alla mostra: www.lagrandemadre.org.