Quando a Berlino, cinque giorni d’autunno

Berlino non è mai stata nella mia lista delle capitali da vedere. Non nella top-ten per lo meno. Una combinazione di strane coincidenze, però, mi hanno portata qui. E mi hanno fatto cambiare idea.

Memoria. La caratteristica essenziale di Berlino, da respirare in qualunque angolo inaspettato della città. È impossibile dimenticare in questa città: ovunque mi giri trovo qualcosa che ci ricorda la sua storia recente e dolorosa.

[cml_media_alt id='1385']memoriale-web[/cml_media_alt]Si comincia dal memoriale più grande, quello alle vittime del nazismo: una piazza ricoperta da blocchi di cemento di misure diverse, che si arrampicano sulla collina. Formano un cimitero silenzioso in cui ci si inoltra cercando di fare il minor rumore possibile; non ci sono storie, non ci sono volti. È solo una pausa, a due passi dalla porta di Brandeburgo.

Tuttavia, non si ricordano solo le vittime ebree del nazismo: ci sono memoriali per tutte le vittime; si ricorda poi con i pezzi di muro che si incontrano disseminati nei posti più impensabili. Dove il muro non c’è più, poi, basta abbassare lo sguardo e troveremo sicuramente la scritta “qui passava il muro di Berlino”.

Si ricorda con piccole mattonelle di metallo: quando si trovano incastonate nei marciapiedi, lì abitavano famiglie ebree. Piccoli memoriali cominciati spontaneamente, e ora integrati nei percorsi di ogni giorno.

Si ricordano anche vittime più recenti, però… nel duomo, nascoste dalla calca, trovo delle sculture di stracci, una dietro l’altra; non serve nessuna spiegazione, nessun tempo di riflessione: quello che mi colpisce [cml_media_alt id='1386']migranti-web[/cml_media_alt]è il ricordo di tutte quelle persone che hanno perso la loro vita nel Mediterraneo, cercando un futuro migliore. Sculture in cammino, con lo sguardo rivolto verso il basso. Mi ricordano le immagini dei nostri migranti quando partivano a loro volta verso la Germania (si, c’è una statua che ricorda anche loro).

Riconciliazione. L’effetto del ricordo, la sua conseguenza. Si percepisce la voglia di andare avanti, la voglia di fare i conti con il passato, e poi lasciarlo al suo posto. Forse è per questo che l’atmosfera che mi viene trasmessa è di calma, di serenità. Di fiducia, anche.

È come se tutti quei memoriali dicessero ai berlinesi “ricordate, ma andate avanti senza timore”. È un po’ quello che dicono anche a noi turisti: “il passato è stato. Non si può cambiare. Quello che possiamo fare, però, è decidere cosa farne”. Berlino, a mio parere, ha deciso di far crescere gli alberi dal cemento: un po’ come far crescere la vita dove c’è stata la morte.

Creatività. Anche questa parola è ovunque. Nei pezzi di muro, nei bar, nei vicoletti, nei palazzi. C’è un sacco di arte da strada: i graffiti ricoprono qualsiasi pezzo di muro disponibile. Coprono i muri con frasi, disegni, vere e proprie opere d’arte.

[cml_media_alt id='1383']creatività-web[/cml_media_alt]Ci sono gallerie d’arte anche nei palazzi dismessi, dove troviamo laboratori di sarte, artisti indipendenti che gridano l’ipocrisia della nostra società. C’è aria di novità, c’è chi non ha paura di sperimentare. Nei mercatini si trovano le idee più diverse di chi si è messo in gioco.

Si trovano cantautori vagabondi che arrivano da tutta Europa, con l’etichetta del check-in ancora attaccata alla custodia della chitarra. Si prendono il loro spazio di prato e cominciano a cantare, anche se il tempo ormai minaccia pioggia. Cantano, e non vedono più il mondo che gli sta attorno.

Forse, la parola di Berlino è Libertà: una parola ritrovata da poco, a cui nessuno vuole più rinunciare.

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Irene Lucarelli

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