Afro Fashion Week: la capitale della moda si tinge di Africa

Dal 22 al 25 Febbraio la capitale della moda ospiterà la terza edizione dell’Afro Fashion Week, una manifestazione prima nel suo genere in Italia, per il tipo di iniziative dal forte impatto interculturale che intende promuovere. Milano si prepara all’Afro Fashion Week, la quattro giorni di moda e style con le ultime tendenze afro.

Winnie Harlow, dalla ragazza con la vitiligine alla star e simbolo

La vitiligine è una malattia cronica che si manifesta con ampie chiazze depigmentate che danno alla cute un aspetto maculato. È questa la patologia che rende la canadese Winnie Harlow (nome d’arte di Chantelle Brown-Young) diversa da tutte le altre modelle.

Winnie ha ventitré anni e una carriera in ascesa. Finalista ad America’s Next Top Model, ha preso parte al video Lemonade di Beyoncé e ha già calcato una delle passerelle più ambite, il red carpet del festival di Cannes. Ha inoltre posato per alcune delle riviste più prestigiose, come Vogue e Cosmopolitan.

La vita di Winnie, tuttavia, non è sempre stata facile e costellata di successi. Anzi. Da quando le è stata diagnosticata la vitiligine, all’età di quattro anni, Winnie è stata più volte oggetto di bullismo. « Zebra », « Mucca », così la chiamavano a scuola, costringendola a passare da un istituto a un altro, e anche le agenzie di moda, a cui Chantelle si proponeva come modella, la rifiutavano per il suo aspetto fuori dagli schemi.

Poi, nel 2014, la svolta: la modella Tyra Banks l’ha voluta nella ventunesima edizione di America’s Next Top Model. Dopo il programma Winnie è stata richiesta da Desigual come testimonial. Da allora altri brand del calibro di Diesel, Nike e Swarovski l’hanno scelta per le loro campagne pubblicitarie. Da allora Winnie è diventata non solo una star (il suo profilo Instagram conta ben 2,1 milioni di follower), ma anche un simbolo della lotta ai canoni di bellezza tradizionali.

Winnie Harlow oltre i canoni tradizionali della bellezza

 

Winnie HarlowNon c’è un’altra Winnie nel panorama della moda mondiale, lei è unica e sono le sue imperfezioni a renderla tale.

Quella pelle che le è costata infinite vessazioni nell’infanzia e nell’adolescenza, tanto da spingerla a pensare al suicidio, è diventata il suo marchio di fabbrica, quella marcia in più che le ha permesso di realizzare i suoi sogni e di frantumare l’idea di “bello” della società contemporanea.

Con la sua storia, Winnie Harlow è un esempio di coraggio e determinazione, nonché la dimostrazione che il vero segreto per il successo è accettarsi.

La notorietà non ha placato del tutto le denigrazioni e  i cale offese dei più gretti, e quando Winnie ha pubblicato su Instgram un selfie senza veli non sono mancati i commenti al vetriolo, ma lei ora ama il suo corpo e ribatte con forza a chi critica il suo aspetto: « I giudizi degli altri non mi interessano ».

Bellezze africane

Le bellezze africane

Mauritania

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Mauritania, “Una donna occupa nel cuore del marito il posto che occupa nel letto”. Lo dice un proverbio mauritano, il cui senso è: se la donna vuole essere amata e desiderata, deve ingrassare.

In Mauritania le donne obese sono considerate molto sexy, infatti il 20% delle donne tra i 15 e i 49 anni cerca di ingrassare per piacere agli uomini. La pratica del leblouh di origine arabo-berbera consiste nel far mangiare enormi quantità di cibo, se necessario a forza, alle bambine e alle ragazze, spesso prima del matrimonio, in quanto l’obesità è tradizionalmente considerata segno di bellezza. Essere grassi significa anche essere in salute e ricchi. Una ragazza magra non solo rischia di restare senza marito, ma è anche «una vergogna per la famiglia in alcuni paesi, specialmente nelle zone più remote». Soprattutto nelle campagne, inoltre, l’ingrassamento si accompagna a matrimoni precoci e a volte le famiglie pagano ingrassatrici professioniste, per assicurarsi che il peso delle figlie aumenti. In una tribù dell’Uganda, per un uomo essere sposato con una donna grassa è uno status symbol e una cosa per cui essere orgogliosi, infatti indica ricchezza. Una donna, secondo la tradizione si prepara al matrimonio bevendo molte caraffe di latte al giorno (circa 5.000 calorie). Al contrario l’uomo per essere attraente deve essere magro. Il governo della Mauritania con spot televisivi avverte dei pericoli dell’obesità e cerca di far cessare queste pratiche di ingrassamento forzato.

Piattello labiale

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Etiopia, donna Mursi.

Gli uomini, completamente nudi, mettono in evidenza dei corpi atletici e longilinei. Le donne si vestono con una semplice pelle animale annodata intorno ad una spalla che lascia scoperto un seno, ma talvolta è possibile vederle indossare dei gonnellini ricavati riunendo un gran numero di bussoli di cartucce, che possono servire anche alla confezione di fantasiosi e pesanti copricapi. Probabilmente questo originale materiale che esse usano deriva dai residui di qualche spedizione esplorativa. I Mursi sono poligami; questo non significa però sottomissione della donna alla volontà del maschio. La donna è libera di scegliere lo sposo e eventualmente può rifiutare un’unione non desiderata.
La fama dei Mursi è però legata ai “piattelli labiali” rotondi portate dalle donne. Il trattamento inizia intorno al decimo anno d’età, quando il labbro inferiore viene bucato e nel piccolo foro viene inserito un piccolo pezzo di legno. Il foro viene successivamente allargato introducendovi pezzi di legno di dimensioni sempre maggiori sino a che il labbro diviene un anello di carne molto elastica. Per facilitare l’introduzione del piattello, costruito generalmente d’argilla, e per fare spazio a quella porzione di esso che rimane all’interno della bocca vengono estratti i quattro incisivi inferiori. Il piattello può raggiungere un diametro di oltre 20 cm e spesso le donne Mursi si torturano anche le orecchie per inserirvi nei lobi altri piattelli, ovviamente più piccoli. Le dimensioni dei piattelli sono fondamentali: più sono grandi più la donna sarà considerata bella e coraggiosa e più prestigioso sarà il suo ruolo che ella rivestirà all’interno della comunità. A dire il vero, esiste anche un’altra teoria sulla funzione di questi piattelli secondo la quale essi non rappresenterebbero un mezzo di abbellimento, bensì di abbrutimento delle donne, imposto loro dagli uomini al fine di renderle meno desiderabili agli occhi estranei ed evitare così propositi di rapimento per farne delle schiave.

Donne sculture

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Namibia, donna Himba.

Il loro corpo è carico di ornamenti di cuoio, metallo e conchiglie e cosparso di “otzije”, l’impasto di polvere d’ocra, burro di capra ed erbe, con cui ungono anche i capelli intrecciati e proteggono la pelle. L’impasto protegge anche dalle scottature e dalle punture degli insetti ed è rifatto quando si secca. L’operazione può essere rifatta anche due o tre volte il giorno. Il colore rossastro le rende molto sexy ai loro uomini. Solitamente ogni uomo Himba ha almeno quattro mogli che diventano molto presto giovani madri, fornendo al gruppo tribale la forza-lavoro dei figli.

Senegal e l’importanza della bellezza

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Senegal, una caratteristica tipica delle donne senegalesi di tutte le età è l’eleganza e la bellezza. La bellezza femminile fa parte della tradizione senegalese, la donna una volta che diventa adulta deve dedicare più tempo al proprio aspetto, alla cura del corpo e dei capelli.

Una caratteristica tipiche delle donne senegalesi di tutte le età è l’eleganza e la bellezza, molte ritengono che essere belle equivale a stare bene con se stesse, e far stare bene il marito che continuerà ad amarle. Dedicano molto tempo alla cura del corpo e al tipo di vestiti e di gioielli da indossare. La gran parte delle donne che vivono in città hanno il loro sarto di fiducia da cui si recano periodicamente per farsi cucire soprattutto vestiti tradizionali.

Scarnificazione della pelle:

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Benin, donna con scarnificazione della pelle sul viso.

Alle donne del Benin è praticata la “scarnificazione” della pelle. Si praticano delle incisioni negli strati superficiali della pelle e le ferite sono “irritate” molte volte con polveri e prodotti coloranti. A cicatrizzazione avvenuta, restano grossi segni indelebili che identificano l’etnia e costituiscono inoltre uno stimolo sessuale per l’uomo. Una piaga di questo paese mutilazione genitale femminile, nota comunemente come ‘circoncisione femminile’. Nonostante sia stata duramente condannata dalla comunità medica internazionale, l’usanza resta molto diffusa, soprattutto nel Benin settentrionale dove si ritiene che sia stata praticata al 50% delle donne. Gli sforzi del governo per porre fine alla mutilazione sono finora falliti, probabilmente per via dei 6000 anni di radicata tradizione dell’usanza, per le difficoltà sociali a cui vanno incontro le donne che la rifiutano e per i guadagni delle donne anziane che praticano l’operazione.

Bastoncino e capelli

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Etiopia, donna Karo.

Le donne Karo vivono in Etiopia e curano in modo particolare i loro capelli e si adornano in modo povero. Traffigono il labbro inferiore con un chiodo o un bastoncino di legno, provocando “cicatrici estetiche” e nelle occasioni particolari si dipingono il corpo con acqua e gesso.

Kenya

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Kenya, donna Samburu.

Tra le complesse tradizioni e rituali del popolo dei Samburu, tribù del nord del Kenya, c’è una sorta di danza dell’amore che apre il cerimoniale del corteggiamento. Quando il giovane uomo individua la prescelta, ha un modo singolare per fare il primo passo. Le getta sul viso la chioma di capelli acconciati e colorati d’ocra: è questo il segno chiaro della passione scoccata. Se lei ricambia, si aspetta in dono nuove collane di perline colorate per aumentare il fascio già abbondante che le adorna il collo.

AFRICA

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Io non so cosa mi abbia spinto a mettere piede in terra africana circa quattro anni fa.

So solo che volevo intraprendere un viaggio tutto mio, e proprio da quel momento iniziò la mia lunga storia d’amore con questo continente.

Tra L’Etiopia, il Kenya ed il Senegal, c’é un’Africa tutta mia.

L’Africa che fa respirare la vita, con la sua realtà allegra fatta di sorrisi e di colori, ma che si scontra con quella più dolorosa della povertà.

L’Africa che invade di energia, con il suo ritmo vitale sempre presente.

L’Africa che rappresenta il desiderio di fermarsi, di evadere da un Occidente che ci vuole attivi e scattanti ad ogni ora.

AL KENYA,

che é stato il mio trampolino di slancio per la conoscenza di questo continente;

che mi ha fatto annusare quell’odore che ancora adesso chiamo “l’odore d’Africa”: forte, di terra;

al suo traffico caotico, tra tuk-tuk e bajaj;

all’uomo che porta travi di legno sulle spalle e alla donna che cucina friggendo lungo la strada;

ai ragazzi che attendono sopra dei motorini, all’ombra di un albero, che qualcuno chieda loro un passaggio per avere in cambio qualche scellino.

ai ‘muzungu!’ che mi sono sentita più volte ripetere, che per quanto fastidioso possa essere inizialmente (perché ‘muzungu’ é spesso associato a ‘money’), poi ci si abitua, inizia a far parte del contesto;

al suo cielo, di giorno così azzurro, e la notte così illuminato dalle numerosissime stelle;

agli inviti a pranzo o a cena, lungo la strada o in bettole, a mangiare pollo grigliato, samosa, chapati, polenta e fagioli.

AL SENEGAL,

fonte di vitalità e allegria contagiosa;

ai pranzi quotidiani composti da minimo dieci persone, tutti seduti a terra in cerchio a sprofondare le proprie mani sulla grande pentola di riso e pesce;

al rituale del thé, immancabile, occasione per stare tutti assieme;

ai suoi autobus coloratissimi, affollatissimi e spericolatissimi;

ai suoi taxi, vecchie utilitarie scassate, che portavano anche fino a sei persone, facendoci stare anche galline e capre;

a Youssou N’Dour, presenza perenne in ogni locale, strada, mezzo;

ai suoi pescatori, che quotidianamente con le loro piroghe multicolor, riempiono i mercati del pesce delle cittadine;

alla sua musica e ai suoi tamburi, che inebriano di energia ogni persona e cosa.

ALL’ETIOPIA,

stato fiero e orgoglioso di sé;

alla sua gente, che mi ha accolta e aiutata sempre, senza mai voler nulla in cambio;

alla gioia nel mangiare l’injera, il kitfò e lo shirò,tutti assieme dallo stesso piatto, con le mani al posto delle posate;

alla cerimonia del caffé, con i chicchi tostati al momento su un braciere di carbone, polverizzati e aggiunti all’acqua bollente nella tradizionale brocca;

agli immensi mercati, composti da montagne di plastica, ferro, e altri materiali, spezie, animali;

al ‘faranji!’ (‘straniero’) iniziale, che a poco a poco svanisce;

ai tragitti infiniti, in pulmini sovraffollati;

ai suoi paesaggi, che cambiano continuamente;

all’elettricità e all’acqua che spesso manca, perché mi ha insegnato a non sprecare;

alla forza delle sue donne, delle “portatrici di legna”, che trasportano chili e chili di legna sulle spalle per poter accendere il fuoco e guadagnare qualche birra.

all’incrollabile fede religiosa degli etiopi, che hanno sempre un qualcuno a cui affidarsi e su cui poter contare.

In Africa, é avvenuto qualcosa che ha cambiato la mia idea di viaggio, di persone, di luoghi e, soprattutto della mia vita.

L’Africa mi ha insegnato ad aspettare e ad avere pazienza, che quello che non riesci a fare subito, lo puoi fare in un altro momento.

L’Africa mi ha fatto conoscere cosa significa non avere paura del diverso.

L’Africa mi ha fatto scoprire la gioia nel mangiare tutti assieme dallo stesso piatto, con le mani al posto delle posate.

L’Africa mi ha fatto condividere stanze con insetti mai visti prima.

L’Africa mi ha fatto percorrere tragitti infiniti, in pulmini sovraffollati, in macchine scassatissime e in motorini sprovvisti di casco.

L’Africa mi ha fatto scoprire che lì, la luna e le stelle possono servirti da torcia quando manca l’elettricità.

L’Africa mi ha fatto fare i conti con la visione della povertà, davanti la quale ho cercato di non farmi prendere da un senso di impotenza, ma pensato a come potermi attivare in maniera più costruttiva, per evitare quella dipendenza nei confronti del turista.

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“L’Africa, ora buffa, ora minacciosa, ora triste, ora incomprensibile, é sempre stata autentica, irripetibile, sé stessa.
L’Africa ha un suo stile, un suo clima, una sua individualità che attirano, incatenano, affascinano.
E anche dopo anni e anni, non si riesce a liberarsene.”
-Ryszard Kapuściński-

All’Africa, terra che amo incondizionatamente.

Federica

#ANDARELONTANO: la campagna di Fondazione Telethon per il primo giorno di scuola (anche di bambini “speciali”)

Il primo giorno di scuola, si sa, rappresenta una tappa fondamentale nella vita di bambini e genitori: l’inizio di un nuovo percorso, con tutte le ansie e le incognite che ogni novità porta con sé, ma anche il segno che il “cucciolo” sta crescendo ed è pronto a spiccare il primo volo lontano dal nido.

Lo stesso bagaglio di emozioni accompagna anche la “prima volta” dei bambini disabili (secondo i dati diffusi dal MIUR, nell’anno scolastico 2015/2016 sono più di 217.000 gli studenti disabili presenti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado), con in più le ovvie preoccupazioni dei genitori: si troveranno bene? Come saranno accolti da insegnanti e compagni di classe? Avranno un insegnante di sostegno (o, almeno, ne avranno uno)? Saranno al sicuro? E se dovessero stare male, cadere o altro?

A questo specialissimo “primo giorno” è dedicata la campagna di Fondazione Telethon che, dall’inizio di settembre, inonda i profili social di foto che testimoniano la voglia di #ANDARELONTANO che, al di là della malattia, accomuna questi bambini a tutti gli altri.

Tra Facebook e YouTube, il video della campagna ha raccolto, ad oggi, circa 2 milioni di visualizzazioni, raggiungendo più di 3 milioni di persone, che in molti casi hanno raccolto l’invito ad inviare a Telethon le foto e le storie di bambini che vogliono #ANDARELONTANO.

L’obiettivo che la Fondazione si prefigge con questa campagna, naturalmente, è sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere donazioni a sostegno dell’attività di ricerca sulle malattie genetiche rare che porta avanti dal 1990. Ad oggi, sono state individuate diverse migliaia di malattie genetiche, per il 70% pediatriche. Per la maggior parte di esse, non esiste ancora una terapia risolutiva e, trattandosi di patologie rare, non ricevono una quantità di finanziamenti pubblici e privati in grado di sostenere un’attività di ricerca attenta e rigorosa. Telethon è nata, appunto, per far sì che nessuno sia escluso dalla concreta speranza di una cura.

In questi anni, Telethon ha investito 423 milioni di euro in attività di ricerca sulle malattie genetiche e, per 23 patologie, è stato intrapreso il percorso dal laboratorio alla cura. Il cammino è ancora lungo, ma tutti insieme possiamo aiutare questi bambini ad #ANDARELONTANO!

“Lesbica non è un insulto”: il progetto fotografico contro gli stereotipi sull’omosessualità femminile

Lettere nere che marchiano la pelle, corpi usati come tele, luce forte e diretta: sono queste le tre componenti principali di “Lesbica non è un insulto”, il primo progetto fotografico della torinese Martina Marongiu, classe 1987.

[cml_media_alt id='112']non tutte hanno capelli corti[/cml_media_alt]Scatti semplici ed essenziali ma densi di significato, che si trasformano in un mezzo di comunicazione di forte impatto visivo, a cui non si può rimanere indifferenti. Ed è proprio questo lo scopo, provocare reazioni, risvegliare le coscienze dal torpore, dallo sdegno o dall’indifferenza verso il mondo dell’omosessualità femminile, per dare visibilità e voce ad una realtà ancora piena di pregiudizi e luoghi comuni. Ad esempio, chi l’ha detto che tutte le lesbiche odiano gli uomini? O che siano mascoline e con i capelli corti? Tanti falsi miti che solo facendo luce sul mondo dell’omosessualità femminile in maniera più consapevole e libera dal disagio, possono finalmente essere sfatati.

[cml_media_alt id='113']non cercare chi fa uomo[/cml_media_alt]A partire proprio dal termine “lesbica” che, anche se è l’unico termine italiano per definire una donna omosessuale, spesso viene percepito come qualcosa di sgradevole, controverso, imbarazzante, quasi un insulto e, per questo motivo, poco usato, anche dalle lesbiche stesse.

Ma non negli scatti della Marongiu: la parola “lesbica” compare in quasi tutte le foto, insieme a messaggi brevi e diretti, spesso provocatori, volti a confutare tutti i pregiudizi più comuni sulla quotidianità delle donne che amano altre donne. L’obiettivo è quello di conferire finalmente dignità alla parola “lesbica”, affinché entri di diritto nel linguaggio comune e venga usata senza vergogna né imbarazzo.

[cml_media_alt id='114']non ostento[/cml_media_alt]

Il progetto “Lesbica non è un insulto” è nato nel 2013 dalla collaborazione tra la Marongiu e altre quattro ragazze torinesi – Fabiana Lassandro, Dunja Lavecchia, Morena Terranova e Letizia Salerno – amiche di vecchia data della fotografa, che hanno prestato i loro corpi per la realizzazione del progetto, in continua fase di aggiornamento e
lavorazione.

[cml_media_alt id='115']orgasmo[/cml_media_alt]

La scelta dei corpi nudi come veicoli di significato è dovuta all’importanza che il corpo ricopre nel processo di scoperta della propria omosessualità, il che lo rende quindi mezzo di comunicazione privilegiato.

[cml_media_alt id='116']il gusto non si attacca[/cml_media_alt]“Lesbica non è un insulto” si è inoltre evoluto in un ulteriore progetto fotografico, chiamato simbolicamente “Amen”, che affronta la discriminazione in ambito religioso, in cui l’omosessualità femminile viene sistematicamente ignorata e censurata. Una doppia discriminazione quindi, in quanto donne e in quanto lesbiche.

[cml_media_alt id='117']mio fratello[/cml_media_alt]

Da qui la scelta di denominare il progetto “Amen”, per riappropriarsi di un termine altamente evocativo e molto utilizzato nei testi sacri e nelle funzioni religiose e farlo diventare un simbolo per comunicare con forza l’esistenza dell’omosessualità femminile, nonostante l’ostinazione a ignorarla: le lesbiche esistono, vivono, amano e non c’è nessun peccato o vergogna nell’amore che provano.

[cml_media_alt id='118']Amen[/cml_media_alt]

Vi piace il progetto? Secondo voi può essere utile ai fini della sensibilizzazione?

Intanto, per saperne di più: http://lesbica-non-e-un-insulto.tumblr.com/

Down e modella, la storia di Madeline Stuart

Il prossimo 13 settembre sarà una data da ricordare per la 18enne modella australiana Madeline Stuart: per la prima volta, infatti, avrà l’opportunità di sfilare alla prestigiosa Fashion Week di New York. Sicuramente un sogno per tutte le ragazze che vogliono lavorare nel mondo della moda, ma ancora di più per Madeline, nata con la sindrome di Down.

Una storia a lieto fine la sua, che veicola un messaggio importante: i canoni e la percezione della bellezza stanno cambiando e anche il rigido mondo della moda si sta pian piano aprendo alla diversità, ad una concezione del “bello” più libera dagli stereotipi.

Il desiderio di Madeline è infatti sempre stato quello di combattere le discriminazioni e di cambiare il modo in cui la società vede le persone come lei, perché anche chi è affetto dalla sindrome di Down può essere bello. Ma anche se non lo fosse va bene lo stesso, non serve girare la testa dall’altra parte, perché ognuno di noi ha il diritto di essere accettato per quello che è.

[cml_media_alt id='78']Madeline Stuart[/cml_media_alt]

Madeline Stuart

Una consapevolezza acquisita attraverso un percorso di certo non facile per Madeline e per la sua famiglia, ma le difficoltà non hanno mai dissuaso la ragazza dal perseguire il suo obiettivo. E alla fine ce l’ha fatta, domenica finalmente salirà in passerella e sfilerà per il marchio FTL Moda.

Una conquista importante, che Madeline ha ottenuto con determinazione e tanti sacrifici: una dieta che le ha fatto perdere ben 20 kg e un duro allenamento giornaliero, fatto di ginnastica, nuoto e danza hip hop. Instancabile, Madeline è anche cheerleader nelle partite di cricket alle Olimpiadi speciali.

Una costanza che ha dato i suoi frutti, anche grazie all’impegno e alla dedizione di mamma Rosanna, da oltre un anno manager di Madeline. Non trovando nessuna agenzia di moda o un manager disposto a rappresentare la figlia, Rosanna ha deciso di prendere in mano la situazione e di seguire personalmente la carriera di Madeline e, nonostante la mancanza di esperienza, i risultati sono stati notevoli: book e servizi fotografici, un sito internet dedicato (www.madelinestuartmodel.com), massiccia presenza su social network come Instagram e Facebook, con migliaia di fan che la seguono, contratto da testimonial per il marchio di borse ecologiche EverMaya, che a Madeline ha dedicato anche un modello dell’ultima collezione.

[cml_media_alt id='79']Madeline Stuart[/cml_media_alt]

Madeline Stuart

Insomma, una grande visibilità sui media nazionali e d’oltre oceano e, va da sé, la storia della ragazza che vuole cambiare il volto della bellezza fa il giro del mondo.

In realtà Madeline non sarà la sola modella con disabilità a sfilare alla prestigiosa Fashion Week, con lei ci sarà infatti anche Rebekah Marine, splendida modella 28enne nata con una malformazione al braccio destro. Rebekah salirà in passerella con una protesi bionica e tanta voglia di spronare, con il proprio esempio, tutte le persone con disabilità ad accettare le proprie insicurezze e le piccole imperfezioni della vita e, perché no, magari a trasformarle in punti di forza.

[cml_media_alt id='80']Rebekah Marine[/cml_media_alt]

Rebekah Marine

Madeline Stuart e Rebekah Marine, ma anche Winnie Harlow, top model affetta da vitiligine e testimonial di un brand di fama mondiale come Desigual, sono tutti segnali inequivocabili di quanto la diversità stia davvero diventando la vera bellezza, perché fondata sull’unicità di ognuno di noi.

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Winnie Harlow

E voi cosa ne pensate?