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Winnie Harlow, dalla ragazza con la vitiligine alla star e simbolo

La vitiligine è una malattia cronica che si manifesta con ampie chiazze depigmentate che danno alla cute un aspetto maculato. È questa la patologia che rende la canadese Winnie Harlow (nome d’arte di Chantelle Brown-Young) diversa da tutte le altre modelle.

Winnie ha ventitré anni e una carriera in ascesa. Finalista ad America’s Next Top Model, ha preso parte al video Lemonade di Beyoncé e ha già calcato una delle passerelle più ambite, il red carpet del festival di Cannes. Ha inoltre posato per alcune delle riviste più prestigiose, come Vogue e Cosmopolitan.

La vita di Winnie, tuttavia, non è sempre stata facile e costellata di successi. Anzi. Da quando le è stata diagnosticata la vitiligine, all’età di quattro anni, Winnie è stata più volte oggetto di bullismo. « Zebra », « Mucca », così la chiamavano a scuola, costringendola a passare da un istituto a un altro, e anche le agenzie di moda, a cui Chantelle si proponeva come modella, la rifiutavano per il suo aspetto fuori dagli schemi.

Poi, nel 2014, la svolta: la modella Tyra Banks l’ha voluta nella ventunesima edizione di America’s Next Top Model. Dopo il programma Winnie è stata richiesta da Desigual come testimonial. Da allora altri brand del calibro di Diesel, Nike e Swarovski l’hanno scelta per le loro campagne pubblicitarie. Da allora Winnie è diventata non solo una star (il suo profilo Instagram conta ben 2,1 milioni di follower), ma anche un simbolo della lotta ai canoni di bellezza tradizionali.

Winnie Harlow oltre i canoni tradizionali della bellezza

 

Winnie HarlowNon c’è un’altra Winnie nel panorama della moda mondiale, lei è unica e sono le sue imperfezioni a renderla tale.

Quella pelle che le è costata infinite vessazioni nell’infanzia e nell’adolescenza, tanto da spingerla a pensare al suicidio, è diventata il suo marchio di fabbrica, quella marcia in più che le ha permesso di realizzare i suoi sogni e di frantumare l’idea di “bello” della società contemporanea.

Con la sua storia, Winnie Harlow è un esempio di coraggio e determinazione, nonché la dimostrazione che il vero segreto per il successo è accettarsi.

La notorietà non ha placato del tutto le denigrazioni e  i cale offese dei più gretti, e quando Winnie ha pubblicato su Instgram un selfie senza veli non sono mancati i commenti al vetriolo, ma lei ora ama il suo corpo e ribatte con forza a chi critica il suo aspetto: « I giudizi degli altri non mi interessano ».

Bellezze africane

Le bellezze africane

Mauritania

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Mauritania, “Una donna occupa nel cuore del marito il posto che occupa nel letto”. Lo dice un proverbio mauritano, il cui senso è: se la donna vuole essere amata e desiderata, deve ingrassare.

In Mauritania le donne obese sono considerate molto sexy, infatti il 20% delle donne tra i 15 e i 49 anni cerca di ingrassare per piacere agli uomini. La pratica del leblouh di origine arabo-berbera consiste nel far mangiare enormi quantità di cibo, se necessario a forza, alle bambine e alle ragazze, spesso prima del matrimonio, in quanto l’obesità è tradizionalmente considerata segno di bellezza. Essere grassi significa anche essere in salute e ricchi. Una ragazza magra non solo rischia di restare senza marito, ma è anche «una vergogna per la famiglia in alcuni paesi, specialmente nelle zone più remote». Soprattutto nelle campagne, inoltre, l’ingrassamento si accompagna a matrimoni precoci e a volte le famiglie pagano ingrassatrici professioniste, per assicurarsi che il peso delle figlie aumenti. In una tribù dell’Uganda, per un uomo essere sposato con una donna grassa è uno status symbol e una cosa per cui essere orgogliosi, infatti indica ricchezza. Una donna, secondo la tradizione si prepara al matrimonio bevendo molte caraffe di latte al giorno (circa 5.000 calorie). Al contrario l’uomo per essere attraente deve essere magro. Il governo della Mauritania con spot televisivi avverte dei pericoli dell’obesità e cerca di far cessare queste pratiche di ingrassamento forzato.

Piattello labiale

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Etiopia, donna Mursi.

Gli uomini, completamente nudi, mettono in evidenza dei corpi atletici e longilinei. Le donne si vestono con una semplice pelle animale annodata intorno ad una spalla che lascia scoperto un seno, ma talvolta è possibile vederle indossare dei gonnellini ricavati riunendo un gran numero di bussoli di cartucce, che possono servire anche alla confezione di fantasiosi e pesanti copricapi. Probabilmente questo originale materiale che esse usano deriva dai residui di qualche spedizione esplorativa. I Mursi sono poligami; questo non significa però sottomissione della donna alla volontà del maschio. La donna è libera di scegliere lo sposo e eventualmente può rifiutare un’unione non desiderata.
La fama dei Mursi è però legata ai “piattelli labiali” rotondi portate dalle donne. Il trattamento inizia intorno al decimo anno d’età, quando il labbro inferiore viene bucato e nel piccolo foro viene inserito un piccolo pezzo di legno. Il foro viene successivamente allargato introducendovi pezzi di legno di dimensioni sempre maggiori sino a che il labbro diviene un anello di carne molto elastica. Per facilitare l’introduzione del piattello, costruito generalmente d’argilla, e per fare spazio a quella porzione di esso che rimane all’interno della bocca vengono estratti i quattro incisivi inferiori. Il piattello può raggiungere un diametro di oltre 20 cm e spesso le donne Mursi si torturano anche le orecchie per inserirvi nei lobi altri piattelli, ovviamente più piccoli. Le dimensioni dei piattelli sono fondamentali: più sono grandi più la donna sarà considerata bella e coraggiosa e più prestigioso sarà il suo ruolo che ella rivestirà all’interno della comunità. A dire il vero, esiste anche un’altra teoria sulla funzione di questi piattelli secondo la quale essi non rappresenterebbero un mezzo di abbellimento, bensì di abbrutimento delle donne, imposto loro dagli uomini al fine di renderle meno desiderabili agli occhi estranei ed evitare così propositi di rapimento per farne delle schiave.

Donne sculture

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Namibia, donna Himba.

Il loro corpo è carico di ornamenti di cuoio, metallo e conchiglie e cosparso di “otzije”, l’impasto di polvere d’ocra, burro di capra ed erbe, con cui ungono anche i capelli intrecciati e proteggono la pelle. L’impasto protegge anche dalle scottature e dalle punture degli insetti ed è rifatto quando si secca. L’operazione può essere rifatta anche due o tre volte il giorno. Il colore rossastro le rende molto sexy ai loro uomini. Solitamente ogni uomo Himba ha almeno quattro mogli che diventano molto presto giovani madri, fornendo al gruppo tribale la forza-lavoro dei figli.

Senegal e l’importanza della bellezza

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Senegal, una caratteristica tipica delle donne senegalesi di tutte le età è l’eleganza e la bellezza. La bellezza femminile fa parte della tradizione senegalese, la donna una volta che diventa adulta deve dedicare più tempo al proprio aspetto, alla cura del corpo e dei capelli.

Una caratteristica tipiche delle donne senegalesi di tutte le età è l’eleganza e la bellezza, molte ritengono che essere belle equivale a stare bene con se stesse, e far stare bene il marito che continuerà ad amarle. Dedicano molto tempo alla cura del corpo e al tipo di vestiti e di gioielli da indossare. La gran parte delle donne che vivono in città hanno il loro sarto di fiducia da cui si recano periodicamente per farsi cucire soprattutto vestiti tradizionali.

Scarnificazione della pelle:

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Benin, donna con scarnificazione della pelle sul viso.

Alle donne del Benin è praticata la “scarnificazione” della pelle. Si praticano delle incisioni negli strati superficiali della pelle e le ferite sono “irritate” molte volte con polveri e prodotti coloranti. A cicatrizzazione avvenuta, restano grossi segni indelebili che identificano l’etnia e costituiscono inoltre uno stimolo sessuale per l’uomo. Una piaga di questo paese mutilazione genitale femminile, nota comunemente come ‘circoncisione femminile’. Nonostante sia stata duramente condannata dalla comunità medica internazionale, l’usanza resta molto diffusa, soprattutto nel Benin settentrionale dove si ritiene che sia stata praticata al 50% delle donne. Gli sforzi del governo per porre fine alla mutilazione sono finora falliti, probabilmente per via dei 6000 anni di radicata tradizione dell’usanza, per le difficoltà sociali a cui vanno incontro le donne che la rifiutano e per i guadagni delle donne anziane che praticano l’operazione.

Bastoncino e capelli

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Etiopia, donna Karo.

Le donne Karo vivono in Etiopia e curano in modo particolare i loro capelli e si adornano in modo povero. Traffigono il labbro inferiore con un chiodo o un bastoncino di legno, provocando “cicatrici estetiche” e nelle occasioni particolari si dipingono il corpo con acqua e gesso.

Kenya

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Kenya, donna Samburu.

Tra le complesse tradizioni e rituali del popolo dei Samburu, tribù del nord del Kenya, c’è una sorta di danza dell’amore che apre il cerimoniale del corteggiamento. Quando il giovane uomo individua la prescelta, ha un modo singolare per fare il primo passo. Le getta sul viso la chioma di capelli acconciati e colorati d’ocra: è questo il segno chiaro della passione scoccata. Se lei ricambia, si aspetta in dono nuove collane di perline colorate per aumentare il fascio già abbondante che le adorna il collo.

Evelyne e Nappytalia: dove capelli ed identità s’intrecciano

Ho incontrato Evelyne la prima volta a Settembre, l’anno scorso, durante l’evento che abbiamo organizzato, “Intrecci d’Identità”. Subito mi è sembrata una ragazza che sapeva il fatto suo, ma trascorrendo un po’ di tempo assieme, mi sono accorta che, dietro alla sua forte personalità, c’era ancora tanto da scoprire. Le’ è la prima protagonista della nostra rubrica “Personaggi” ed ecco a voi la rilevante intervista che le abbiamo fatto.

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LA SCHEDA
Nome e cognome: Evelyne Sarah Afaawua.
Classe: 1988. 
Professione: blogger, imprenditrice, studentessa universitaria.
Uno sguardo piccolo: fondatrice di Nappytalia, in giro su e giù per l’Italia tra Nappy Hour e convegni vari, Best Blogger 2015 agli Africa Italy Excellence Awards, Premio Imprenditoria Giovanile 2015 agli MoneyGram Awards.
Segni Particolari: cuore di leonessa, determinata sognatrice.
Frase ispiratrice: Ciò che differenzia le donne di colore da chiunque altro sono le opportunità. Non si può vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono, grazie alle persone che hanno ridefinito cosa significa essere belle, essere sexy, essere una donna con leadership, essere neri. “Viola Davis”.

  • Tante persone sanno chi é Evelyne, ma pochi la conoscono veramente. Raccontaci un po’ di te. Chi e’ Evelyne?

Una ragazza normale, una cosiddetta seconda generazione, figlia di immigrati, Africana, Italiana, Afroitaliana, italia-nera, black-italian, i termini per definirmi sarebbero tanti ed infiniti, alcuni colorati e piacevoli altri neri, grigi e cupi e meno piacevoli. Negli ultimi anni della mia vita mi sono resa conto, come fossero poche le volte, in cui le persone volessero realmente sapere chi fossi; a loro bastava capire in quale categoria mettermi e basta. Forse, è da li che è nato tutto quello che oggi faccio, condivido e seguo con passione.

Scusami la domanda era chi sono? Sono una ragazza di 27 anni, nata in Francia, cresciuta in Italia, da genitori Ghanesi, con due famiglie. Segni particolari: pelle nera, naso a patata, occhi grandi, marcato accento brianzolo, un continuo gesticolare, amante del fufu e della lasagna, studentessa, lavoratrice, blogger, e pure dicono piccola, piccolissima imprenditrice, il sangue della Bocconi scorre nelle mie vene. Di una cosa sono certa, sono umana non un extraterrestre.

  • Com’è nata questa idea e progetto di Nappytalia?

Nappytalia nasce dalla voglia di affibiarmi da sola un termine che mi rappresentasse in totale. Facciamo un passo indietro, qualche hanno fa ho avuto una crisi di identità, sono sempre stata una persona riflessiva, molto, e prima di fare un passo, penso molto ed osservo da tutti i diversi punti di vista. Sostanzialmente questa crisi era dovuta alle mille etichette che aumentavano sempre di più, ma che non mi completavano, ma soprattutto dentro di me, non mi sentivo me stessa al 100%. Ho appallottolato tutte le brutte cose ed ho accettato di essere una persona con una duplice identità, con nessun male, ma bensì con una ricchezza inestimabile, riuscendo a cogliere perfettamente e positivamente cio’ che di buono hanno entrambe. Ho deciso a questo punto di scegliere il termine afroitaliana che appunto univa le due parti di me, Africa ed Italia, anche se ad oggi preferisco essere ancora piu’ specifica. Visto la riscoperta delle mie radici e della mia essenza che mi completa, uso il termine Italoghanese perché sono una metà tra Ghana ed Italia; voglio valorizzare entrambe le culture che mi comprendono, perche’ in Ghana ho vissuto per 4 anni, ho frequentato la scuola media ed ho vissuto il quotidiano; ad oggi dopo 11 anni che non ci metto piede, guardo le foto, i video, i documentari e quasi invidio di non poter essere là. A 12 anni lo capii, quando approdai per la prima volta: l’Africa non è quella che vediamo in tv, ma quella che ci portiamo nel cuore; dall’altro canto, la mia “italianità”, senza che me accorga, schizza da tutti i pori, e’ inevitabile, pure a Londra mi hanno riconosciuto, detto tutto! (:-)

Qua direte ok, una volta che ho riscoperto ed accettato ciò che ero, Nappytalia cos’è, o meglio cosa rappresenta? Il problema della mia crisi d’identità è stata risolto e la voglia di rivelare al 100% me stessa, l’ho voluta far trasparire attraverso i miei capelli. Ho deciso di essere me stessa interiormente, e quindi anche esteriormente, ho deciso di fare pace con me stessa, smettendo con le creme chimiche per vedere come fossero i miei capelli. Quindi, quando molti mi dicono, scrivono, o criticano dicendo: “Con 4 capelli in testa pensa di essere africana”, si sbagliano proprio, perché si sono persi tutta la parte sofferta. E non c’entra alcun riferimento all’America, perché il mio viaggio è nato successivamente. Quando ho voluto ricercare la storia dei miei capelli, ho scoperto una connessione oltreoceano. In altre parole è stata una voglia di riscoprirmi naturalmente, come madre natura mi ha fatta.

Qui nasce però un problema: come si gestiscono questi capelli? Inizialmente ho seguito il nostro amato Youtube, scoprendo che in America c’era un movimento veramente ampio, in Francia pure, ma ogni volta impiegavo giorni a tradurre gli articoli. Un giorno, per fatalità, tramite facebook conosco una ragazza Ghanese che era Natural già da 2 anni; grazie a lei non mi sono persa, mi è stata d’aiuto nel primo anno di gestione dei miei capelli Afro. A volte penso, che se non non l’avessi incontrata, avrei gettato la spugna veramente presto.

Nappytalia è nato come un mio bisogno di ricercare informazioni in italiano per la cura dei miei capelli afro, una ricerca o conferma che non fossi l’unica ad aver preso questa decisione, di tenere i capelli afro, una conferma che ci fossero altri ragazzi con una duplice identità, Sono partita quindi da Facebook, il social network più comune, che ha riscosso molto consenso tra le ragazze e i ragazzi (anche non “nappy”) che si rivedevano nella duplice identità, e tantissime ragazze che hanno anche loro scelto di tenere i loro capelli Afro al naturale, si perche’ nappy vuol dire naturally and happy. Un luogo unico, dove si parla esclusivamente la lingua che parlo tutti i giorni, per spiegare come curare questi capelli Afro, spronare altre a seguire questo esempio di accettazione, ricercare la storia di questi capelli, raccontare la storia di altre ragazze; insomma un luogo “dove capelli ed identità s’intrecciano , il nostro motto.

  • Credi che le persone di origine africana abbiano timore a mostrarsi naturali? Hanno paura dei giudizi degli altri oppure hanno una bassa cultura dei propri capelli?

Si dice che si ha paura di ciò che è diverso, ciò si applica non solamente alle culture, alla religione o alle etnie, ma in tutto. La domanda è se le persone di origine africana hanno paura a mostrarsi naturali? Il problema è che non sanno cosa voglia dire portare i capelli naturali o meglio, non è normale portare i capelli naturali, la moda vuole il liscio, lungo, svolazzante. Forse i primi capelli naturali stanno rispuntando fuori adesso, negli ultimi 3 anni, con molta fatica, pregiudizio e coraggio di molte che hanno detto basta alla violenza fisica e sì alla naturalezza ed accettazione di ciò che siamo. Non è facile perché ci sono principi errati, radicate nelle nostre menti, penso da molti anni; la storia ha contribuito a tutto questo, facendo sì che l’uomo nero ricorresse a prodotti cosmetici per sbiancarsi la pelle ed a creme liscianti per stirare i capelli, per renderli piu’ gestibili mi dicono.

Pensando però a queste due azioni unite, la fantasia lascia poco spazio a mio parere. E’ un miscuglio di ignoranza, sottovalutazione, non accettazione della bellezza intrinseca nei nostri tratti e nella nostra natura. I capelli afro sono gestibili e trattabili come tutti i capelli, bisogna saperli curare. Le nostre madri non hanno avuto questa fortuna, quindi tocca a noi fare la nostra parte e rompere le catene mentali ed accettarci per come siamo e valorizzarci. Una volta fatto questo, il beneficio sara’ inestimabile: autostima, accettazione, nuove bellezze che rompono gli schemi e standard fissati. La possibilità di cogliere la bellezza riposta nella diversità.

  • La tua community coinvolge varie persone provenienti da ogni angolo del mondo. Parliamo di un tema caldo di questi tempi: Ius Soli, essere neri in Italia, qual’è il tuo punto di vista?

Ius Soli o meglio direi legge di cittadinanza, in quanto io sono nata in Francia ma sbarcata in Italia ad un anno. Io mi auguro che la legge di cittadinanza possa essere approvata perché penso di averne diritto, 26 anni vissuti in Italia, con tutte le rinunce ed ostacoli del caso. Direi che mi spetta: lavoro REGOLARMENTE e pago le tasse da quando avevo 17 anni, mi sono sempre rimboccata le maniche per raggiungere i miei obiettivi, sfondando porte chiuse. A volte però, la mia determinazione non è stata sufficiente perché se sei extracomunitario sui documenti, quello rimane un limite.

Penso che la legge di cittadinanza mi spetti in quanto faccio parte di questo paese, sono parte integrante e attiva che non deve pensare solo ai doveri ma anche ai diritti; chi paga le tasse dovrebbe poter esprimere le proprie opinioni, aver la possibilità di viaggiare per piacere, per acculturarsi, per scoprire l’ignoto, aver la possibilità di partecipare a concorsi pubblici in tutti i settori. La mancata cittadinanza può solamente limitare l’accessibilità a certe risorse ma l’intelligenza, la bravura, il bilinguismo o tre, se non quadri, la determinazione, le capacita’ non potranno essere limitate. Purtroppo spesso queste qualità non vengono riconosciute, a causa della diffusa ignoranza vengono sottostimate, si rimane a pensare che gli immigrati ed i figli di immigrati siano persone che pesano e basta, quando invece non è così.

C’è da fare un ennesima riflessione che spesso pochi fanno: perché non si vuole dare la legge di cittadinanza? Per paura di cosa? Quali potrebbero esserne le conseguenze, un ondata di italiani sulla carta ma di fatto no? Eppure ci sono italiani di fatto ma sulla carta no. E’ meglio celarsi dietro la paura e così perdere potenziali risorse intellettuali, sportive, etc, oppure è meglio aprire una finestra e valorizzare la diversità? Vedremo se la paura verrà sfidata.

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Articolo su Gioia

  • Sei una ragazza dai mille impegni ma con tanta volontà, quali sono i tuoi progetti per il futuro? Dove ti vedi o speri accadrà, fra qualche anno?

Dove mi vedo tra qualche anno? Sicuramente spero di riuscire a completare l’università che ho dovuto abbandonare per motivi economici, spero che il progetto di Nappytalia continui a viaggiare su questi due binari, culturale ed imprenditoria, rendendo orgogliosi i nostri familiari e ragazzi/e che ci seguono, cercando di essere un segnale positivo e concreto di ciò che questo paese sta perdendo se non si smuove. Spero di poter contribuire a realizzare diversi progetti anche in Africa, in Ghana, Angola, Togo soprattutto.

Spero di diventare ciò che da piccola sognavo: una donna in carriera, anche se mia mamma mi ha sempre detto che sono una sognatrice. Vorrei farle capire che a volte i sogni si avverano, basta crederci fortemente, senza mollare mai, e non importa se vi sono degli impedimenti, o eventi di causa maggiore, tutte le strade portano a Roma. Alcune persone hanno strade più semplici da percorrere, altre più difficili e significative ma, nonostante ciò, ottengono uguali se non maggiori risultati, vista la fatica celata dietro. In ogni grande progetto di successo, si vede solo il successo, non si vedono e non si menzionano, nel mio caso per orgoglio e dignità personale, i grandi sacrifici fatti, che ad oggi non mi sento di rendere noto, perché parte privata della mia persona, ma che forse un giorno racconterò con piacere, una volta raggiunta la vetta (sempre se ci riuscirò). Ora voglio che i miei/nostri successi vengano riconosciuti sulla base di ciò che è visibile e facilmente comprensibile.

Sogno di diventare Donna, un’imprenditrice con etica sociale dentro di sè, mossa da una forza maggiore del Dio denaro, ma dalla voglia di riscattarsi e dimostrare le capacità, l’intelligenza, la bellezza interiore ed esteriore che le donne nere hanno: non siamo solo gambe, ma tanto cuore, testa e carattere.

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Premiazione “Best Blogger 2015” agli Africa Italy Excellence Awards

  • Il nostro magazine parla della diversità, cosa pensi a riguardo?

Penso che l’accettazione di me stessa, di comprendere ciò che sono a prescindere da quello che c’è là fuori, sia la cosa piu’ importante ed è il motto che mi aiuta tutti i giorni a portare avanti Nappytalia: rompere gli schemi, gli stereotipi e capire che la bellezza non può essere confinata.

La bellezza si cela dietro il nostro occhio, dentro la nostra mente ma soprattutto nel nostro cuore, solo in questo modo si potrà capire la ricchezza che deriva da ciò; se ci fermiamo al superficiale, tutto verra’ perduto in superficie.

Evelyne Sarah Afaawua

Dopo questa intervista avete ancora qualche dubbio su Evelyne, oppure avete una curiosità da chiederle? Non perdetevi allora la possibilità di incontrare lei ed il suo team di Nappytalia duranti i prossimi Nappy Hour.

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Down e modella, la storia di Madeline Stuart

Il prossimo 13 settembre sarà una data da ricordare per la 18enne modella australiana Madeline Stuart: per la prima volta, infatti, avrà l’opportunità di sfilare alla prestigiosa Fashion Week di New York. Sicuramente un sogno per tutte le ragazze che vogliono lavorare nel mondo della moda, ma ancora di più per Madeline, nata con la sindrome di Down.

Una storia a lieto fine la sua, che veicola un messaggio importante: i canoni e la percezione della bellezza stanno cambiando e anche il rigido mondo della moda si sta pian piano aprendo alla diversità, ad una concezione del “bello” più libera dagli stereotipi.

Il desiderio di Madeline è infatti sempre stato quello di combattere le discriminazioni e di cambiare il modo in cui la società vede le persone come lei, perché anche chi è affetto dalla sindrome di Down può essere bello. Ma anche se non lo fosse va bene lo stesso, non serve girare la testa dall’altra parte, perché ognuno di noi ha il diritto di essere accettato per quello che è.

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Madeline Stuart

Una consapevolezza acquisita attraverso un percorso di certo non facile per Madeline e per la sua famiglia, ma le difficoltà non hanno mai dissuaso la ragazza dal perseguire il suo obiettivo. E alla fine ce l’ha fatta, domenica finalmente salirà in passerella e sfilerà per il marchio FTL Moda.

Una conquista importante, che Madeline ha ottenuto con determinazione e tanti sacrifici: una dieta che le ha fatto perdere ben 20 kg e un duro allenamento giornaliero, fatto di ginnastica, nuoto e danza hip hop. Instancabile, Madeline è anche cheerleader nelle partite di cricket alle Olimpiadi speciali.

Una costanza che ha dato i suoi frutti, anche grazie all’impegno e alla dedizione di mamma Rosanna, da oltre un anno manager di Madeline. Non trovando nessuna agenzia di moda o un manager disposto a rappresentare la figlia, Rosanna ha deciso di prendere in mano la situazione e di seguire personalmente la carriera di Madeline e, nonostante la mancanza di esperienza, i risultati sono stati notevoli: book e servizi fotografici, un sito internet dedicato (www.madelinestuartmodel.com), massiccia presenza su social network come Instagram e Facebook, con migliaia di fan che la seguono, contratto da testimonial per il marchio di borse ecologiche EverMaya, che a Madeline ha dedicato anche un modello dell’ultima collezione.

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Madeline Stuart

Insomma, una grande visibilità sui media nazionali e d’oltre oceano e, va da sé, la storia della ragazza che vuole cambiare il volto della bellezza fa il giro del mondo.

In realtà Madeline non sarà la sola modella con disabilità a sfilare alla prestigiosa Fashion Week, con lei ci sarà infatti anche Rebekah Marine, splendida modella 28enne nata con una malformazione al braccio destro. Rebekah salirà in passerella con una protesi bionica e tanta voglia di spronare, con il proprio esempio, tutte le persone con disabilità ad accettare le proprie insicurezze e le piccole imperfezioni della vita e, perché no, magari a trasformarle in punti di forza.

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Rebekah Marine

Madeline Stuart e Rebekah Marine, ma anche Winnie Harlow, top model affetta da vitiligine e testimonial di un brand di fama mondiale come Desigual, sono tutti segnali inequivocabili di quanto la diversità stia davvero diventando la vera bellezza, perché fondata sull’unicità di ognuno di noi.

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Winnie Harlow

E voi cosa ne pensate?